Giorgio Della Longa: “Mi interessa il peso che nel progetto deve essere dato alla luce”


Della Longa
© Cecilia Della Longa

Della Longa come si diventa lighting designer?
Credo per passione, certamente con la volontà.

Il suo percorso?
È stato un percorso di avvicinamento eccentrico ma posso immaginare che in qualche modo lo sia per ognuno. Mi occupavo – e mi occupo – di architettura a tutto campo. Ero impegnato in una ricerca sulla luce – naturale – nell’architettura religiosa e da lì ha preso il via l’interesse per la luce artificiale e per il rapporto tra questa e quella.
In seguito presi parte alla ricerca, che coinvolse cinque facoltà italiane d’architettura, sulla gestione della luce negli edifici specialistici che fu poi sviluppata con un approfondimento specifico riguardo gli edifici di culto; un piccola comunità interdisciplinare condusse infatti un intenso lavoro sulla luce artificiale e la sua gestione nelle chiese; la pubblicazione Celebrare con la luce ne costituisce l’esito.
L’approccio teorico è evoluto nella prassi professionale. Ho progettato e realizzato interventi sulla luce artificiale soprattutto nel campo dei Beni culturali ecclesiastici e ora buona parte della mia professione riguarda questo ambito operativo.

Come svolge dunque la professione?
Mi dedico in particolare, quando trovo le condizioni propizie, alla regia di interventi complessi in cui la luce riveste un ruolo primario interagendo con il vissuto. Constato che il progetto ha preso la strada della iperspecializzazione ma io temo la parcellizzazione disciplinare e credo fermamente che i processi debbano essere governati da una regia. Affidiamola al soggetto professionale giudicato più opportuno, purché questa condizione venga soddisfatta. Credo che, in alcuni casi almeno, il lighting designer possa svolgere questo ruolo nell’adeguamento dell’habitat, nel determinare l’atmosfera del luogo in cui operiamo, in cui viviamo.

 

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